Movimento e parola

In un presente dove la tecnologia ha prodotto la comunicazione iper-veloce e la semplificazione estrema dei social, disegno e racconto appaiono come strumenti di comunicazione relegati a tempi passati. Tuttavia, ancora oggi si disegnano e raccontano i fatti del mondo, esattamente come accadeva nei secoli trascorsi.

Anche nella modernità è importante comprendere il passato, dandone una rilettura in chiave contemporanea.

L’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci è un simbolo riconosciuto nella coscienza collettiva dell’uomo, anche se per il contesto storico della cultura occidentale è visto esclusivamente per l’apparenza superficiale di disegno perfetto ed elegante. Il disegno leonardesco, oltre a essere un’opera da ammirare e un simbolo sacrale di bellezza intoccabile, è cifrario e testo di grammatica visiva.

Il codice a cui fa riferimento è quello anatomico di proporzione, attribuito da Vitruvio alle misure del corpo umano. In antichità l’anatomia era una conoscenza comune e il corpo era parte integrande della percezione di sé, diversamente da quanto accade nella modernità. La tecnologia favorisce il processo di ubiquità e porta a una scissione tra l’io e il corpo. L’identità è falsata dalla quantità di like accumulati sui social, le fotografie diventano più di un mezzo, sono contenitori di identità, uniformata ai canoni imposti dalla società attraverso i media.

Seppur in alcuni casi sia una scelta arbitraria, in altri l’uomo è percettivamente separato dal proprio corpo: il progresso tecnologico favorisce inconsapevolmente questo problema, con il quale l’essere umano non si era mai confrontato prima d’ora.

“Ubiquo. Anatomia del Pensiero” mette in discussione tale aspetto, riportando l’attenzione ad una materia scientifica relegata dalla modernità al solo ambito accademico: l’anatomia. L’opera, pensata per una fruizione circolare, mette in relazione utilizzatore e osservatore. L’utilizzatore, toccando l’opera, restituisce i dettagli anatomici all’osservatore, creando un circolo tattile-visivo tra attore e spettatore. Contemporaneamente alla fruizione la narrazione mostra a utilizzatori e spettatori (vedenti, ipovedenti e non vedenti) la possibilità di disegnare la propria geometria secondo criteri oggettivi.

Il racconto non è un esclusivo completamento dell’opera ma uno strumento in grado di porre tutti i fruitori su un unico piano di presenza/assenza, svelando il mistero dimenticato della “rappresentazione” del proprio corpo.

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